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Monza-Montevecchia (MoMot)

Un piccolo torrente che scorre sotto l'arco di fronde piegate dalla pioggia caduta per troppi giorni. Il sole che entra di traverso tra i rami verdi ad illuminare le buche lasciate nel fango di chi è già passato qualche minuto prima. Silenzio interrotto solo dal respiro del tuo compagno. Mi sono fermato un istante lasciando che Chiara mi passasse. Era tutto in quello scorcio al trentesimo chilometro l'essenza della Monza-Montevecchia. Trentadue chilometri partendo dalla Villa Reale e il Parco di Monza, il Parco dell’Alta Valle del Lambro e il Parco Regionale di Montevecchia e della Valle del Curone. La Brianza, il polmone verde a due passi da Milano. Sconosciuto ai più. Amato dai podisti. Stralci di bosco incantati, colline ricoperte da ettari di prati verdi al confine col cielo blu. Piccoli paesi di campagna densi di pubblico festante pronto a spingerti su per la salita che sale fino al Santuario di Montevecchia. Torrenti immacolati da attraversare per rinfrescare gambe, piedi e testa. E ritrovare quello spirito sportivo che ti fa salutare tutti gli avversari che superi e che ti superano, che ti fa incitare chi vedi in difficoltà, che ti fa pensare prima alla fatica del tuo compagno che alla tua. Allungare una mano per trascinarlo dentro un corso d'acqua o spingerlo in su per una salita fangosa. Chilometri che scorrono veloci come non mai mentre la mente è occupata ad immagazzinare i quadri che la natura ti regala nella giornata perfetta per correre. Perfetta per arrivare insieme mano nella mano e sorridere ai fotografi che ti aspettano all'arrivo. Primo o ultimo che sia.


Si ringraziano Roberto Mandelli e Monza Marathon Team per la gentile concessione sull'utilizzo delle fotografie.

Credo che la MoMot (Monza-Montevecchia Eco Trail, nda), non abbia nulla da invidiare alla sorella maggiore, la Monza-Resegone. Anzi. Per tanti versi credo possa essere considerata ancora meglio. Ma quello che le lega è lo spirito sportivo che ne fuoriesce. Spirito nei confronti del tuo compagno e spirito nei confronti dei tuoi avversari. E verso la natura. La forza che ti spinge oltre qualsiasi ostacolo quando sei in difficoltà, basta alzare lo sguardo. Ma anche la stessa forza che ti rende quasi impotente quando vuole rallentarti il passo e vincerti. Qui nasce il rispetto. Ripsetto per i posti che attraversi, rispetto per i compagni che ti superano potenti, rispetto per quelli che sorpassi affannati. Per te stesso. I giorni di pioggia che hanno preceduto la corsa sono stati anch'essi aiuto e ostacolo. Un binomio che accompagna la gara passo passo. Clima perfetto per correre. Cielo d'un azzurro quasi dimenticato, sole caldo e amico, aria frizzante e rinfrescante. Ma i piedi calcano strati di fango molliccio e gommoso, acqua fredda e limpida nei torrenti carichi. Umido nel sottobosco, sassi scivolosi, discese quasi impercorribili. Eppure sembra tutto così perfetto. A partire dai 5°C che ci svegliano quando il sole è già alto. La divisa del Runner's World Challenge Team sembra fin troppo leggera. Ma alla partenza conta solo correre. Saliamo sul palco davanti alla Villa Reale di Monza, tipico ritrovo dei ciclisti della domenica mattina che da lontano ci guardano distratti. Alle 9:11:00 è il nostro turno, coppia numero 34. Stringo la mano di Chiara mentre per qualche secondo guardiamo fotografi, avversari e pubblico. La coppia che ci precede è già venti secondi più avanti. Mentre attraversiamo il Parco di Monza per i primi cinque chilometri di gara faccio un po' da cicerone cercando di distogliere la sua attenzione dal ritmo e dalla fatica. La sera prima abbiamo studiato insieme l'altimetria. Primi otto chilometri praticamente piatti, successivi nove in salita, discesa per altrettanti fino all'inizio della cronoscalata al Santuario di Montevecchia e poi discesa fino all'arrivo. 700 m di dislivello positivo su 32,5 Km. Primo obiettivo guadagnare il più possibile nel tratto iniziale, quello più regolare, senza strafare. Passiamo un buon numero di squadre che ci hanno preceduto alla partenza con un ritmo appena superiore ai 4' 30". Il fondo è piatto e duro nonostante le pozzanghere che riempiono i vialoni del parco. Per ogni coppia che superiamo ho in serbo un saluto di incoraggiamento. Siamo avversari, ma siamo anche compagni in un'avventura regalata a pochi. E' il bello delle gare a cronometro, il bello di volerci essere come runners e come pubblico allo stesso tempo. A Biassono fuoriusciamo dal parco in direzione Lambro. Appena entrati nelle campagne il primo fango ci dà solo un assaggio del peggio che ci sarà più avanti. Molte coppie che superiamo, soprattutto femminili, cercano traiettorie pulite. Non sanno che le loro scarpe saranno di un altro colore di lì a breve. Senza l'ombra degli alberi il sole già scalda parecchio e crea un perfetto mix con l'aria fresca del mattino. Cerco di rimanere regolare nonostante le asperità del percorso, con Chiara che mi segue come un'ombra. Con sorpresa i due passaggi sul Lambro non sono bagnati. Erano quelli che più mi preoccupavano. Seguiamo la ciclabile fino a Canonica dove iniziano insieme salita e trail. Qui lascio che sia lei a fare strada, per aiutarla in caso di bisogno e per non forzarla nel tratto più tecnico che pagheremmo più avanti. Ma per lei, campionessa italiana di trail (Magraid 2012, nda), è come un ritorno a casa. Salite e discese non cambiano, sono solo passi che si susseguono regolari e precisi. Prima passiamo un tratto dove il sentiero è nascosto da cespugli di ortiche per poi cominciare la salita nel sottobosco di Canonica. Il primo vero bagno di fango. Le radici degli alberi che spuntano tra i grumi marroni diventano appoggio e sostegno. Superiamo un buon numero di coppie che pagano la paesantezza del sentiero. Poi iniziano i guadi. Piccoli torrentelli colmi di acqua fredda che attraversano la boscaglia fitta. Il sole a tratti compare tra le fronde in finestre che si aprono sul cielo terso e azzurro illuminando l'aria umida. Il primo bagno è tutt'altro che rilassante con la temperatura corporea troppo calda per trovare sollievo. Le scarpe si lavano dalla fanghiglia agglomerata tra lacci e suola ma diventano pesanti. Saliamo e risaliamo il sentiero, a tratti soli a tratti in compagnia fino a sbucare quasi a Casatenovo. Gli alberi si aprono quasi di botto proiettandoci nell'alta campagna brianzola. Attraversiamo campi arati e prati con erba che arriva alla vita con il sentiero che a volte scompare e a volte ricompare. Avere qualcuno davanti come riferimento per non perdersi è un aiuto ma non sempre lo si intravede. Ritorno a guidare la nostra squadra ascoltando il respiro regolare ed a tratti affannato di Chiara. Ma sta bene. Si vede. E controllando anche il gps vedo che stiamo macinando i chilometri ad un buon ritmo. I chilometri passano velocissimi. Correre in due non è come essere soli. L'attenzione della mente è rivolta a mille fattori e non solo alla fatica delle gambe. E non ultimo lo spettacolo che ci circonda. La Brianza ci regala dei scorci inimmaginabili. Angoli nascosti che in pochi hanno potuto gustarsi, soprattutto con un paio di scarpe da running ai piedi. Quelle che ti fanno gustare il tutto dieci volte di più. Veniamo proiettati sull'asfalto quando siamo a metà gara esatta ed inizia la discesa. I quadricipiti possono prendere fiato. Il dislivello negativo fa girare le gambe a meraviglia anche se i chilometri cominciano a sentirsi. In punti strategici il pubblico è denso e rumoroso. Tanti bambini presenti, tanti sorrisi da regalare. E tanti grazie. Un numero smisurato anche di volontari lungo il percorso. Grazie soprattutto a loro.

Si ringraziano Roberto Mandelli e Podisti.net per la gentile concessione sull'utilizzo delle fotografie.

Arriviamo alle spalle di Ronco Briantino quando svoltiamo in direzione Montevecchia. Il Santuario ci controllava in cima alla collina già da qualche chilometro. Alto, fiero. Quasi irraggiungibile. Silenzioso. Passiamo la mezza in 1h 45", ottimo intermedio. Ma la salita verso Lomagna era quella che temevo di più. I chilometri nelle gambe che cominciano ad essere tanti, il fiato corto, l'ombra della cronoscalata davanti a noi. Piccoli strappi di qualche centinaio di metri che si susseguono dentro a scenari diversi l'uno dall'altro. Lungo vialoni alberati e sassosi prima. Piccole stradine quasi in disuso che passano in mezzo a case semiabbandonate poi. Sentieri sconnessi pieni di sassi che ci immettono nuovamente nella boscaglia attorno a Lomagna. Di avversari davanti a noi ancora pochi. Chiara comincia a fare fatica ma cerco di spronarla. Dobbiamo solo arrivare all'inizio della cronoscalata e poi sarà fatta. Manca poco meno di un terzo di gara quando sentiamo il pubblico urlare, applaudire e incitare al guado prima della lunga ascesa al Santuario. Chiara attraversa l'acqua, che ci supera le ginocchia, come se non ci fosse. Mi rimetto in testa provando a dare il ritmo. La pendenza aumenta quasi subito. In alcuni tratti è quasi impossbile correre. Le piccole scalette che attraversano la boscaglia rada ci aiutano. La chiesa in cima alla collina sembra quasi giocare con noi, nascondendosi e riapparendo a sprazzi. Prima dietro agli alberi e poi tra le cascine che superiamo andandole incontro. Sul lastricato prima della cima vediamo le altre coppie che si arrampicano. La spinta che ci voleva per riuscire a scollinare. Rimangono solo gli ultimi cinque chilometri. Discesa in mezzo al bosco che divide Montevecchia e Cernusco Lombardone e l'arrivo al centro sportivo. Lascio che Chiara rifiati e il breve tratto di discesa asfaltata le ridia il ritmo e poi faccio nuovamente fare strada a lei sui sentieri. Mi prende qualche metro lungo il percorso dove preferisco rallentare per evitare inutili infortuni. Quando torniamo in piano ritroviamo le coppie che ci precedono a portata di vista fino a quando non ritorniamo nell'ultima parte di bosco. Il tratto forse più faticoso di tutti nonostante sia in piano. Il sentiero slalomeggia tra gli alberi con andate e ritorni, il fango arriva alle caviglie e prova a strappare le scarpe dai piedi. Piccoli ponticelli scavalcano i torrenti che avrei preferito attraversare per trovare un po' di sollievo. Cerco di aumentare il ritmo ricordando ogni cinquecento metri la distanza che ci manca all'arrivo. Rimango quasi stregato dalla bellezza fiabesca di alcuni angoli di bosco. Rapito come in sogno. Mi risvaglia solo il passo che infrange il fango. Sbuchiamo dagli alberi prima dell'ultimo guado, il più alto e lungo. Anna e Davide, i nostri diretti avversari, sono poco più avanti già sull'altra sponda. Ci buttiamo nell'acqua marrone e alta. Quando mi accorgo che davanto a noi ci sono Monica Casiraghi e Noemi Gizzy prendo Chiara per mano e la trascino per superarle durante il guado. Risaliamo la sponda fangosa e ci buttiamo nell'ultimo chilometro. Le gambe si svuotano della fatica e si riempiono di adrenalina. Il sentiero regolare di piccoli sassolini che gira attorno al campo sportivo sembra un letto di piume. Svoltiamo l'ultima curva e risaliamo la salitella erbosa che ci porta all'arrivo prendendoci per mano. In un attimo un addensato di emozioni, con Toyo e Patty che ci stanno aspettando appena davanti al traguardo, i fotografi fermi come un muro appena oltre l'arrivo, il pubblico che applaude e incita. Ci fermiamo in posa per il ricordo del nostro arrivo mentre un bambino mi porge la medaglia da mettere al collo. Un arrivo più bello non poteva esserci. 2h 50' 39" e primi classificati nella Categoria Mista uomo-donna (Chiara anche prima donna assoluta, nda). L'attesa della premiazione è tutta con gli amici che arrivano alla spicciolata. Il sole e il cielo azzurro ci baciano dall'alto. La prima-vera vittoria.