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Maratona di New York: ne vale davvero la pena?

Un anno fa correvo la mia prima e unica New York City Marathon. Un'esperienza incredibile. Unica. Inattesa. A distanza di dodici mesi sono rimasto spettatore non solo della maratona, ma anche della corsa in generale. E guardando correre le migliaia di runner che ieri hanno riempito ancora le strade di New York, mi sono chiesto cosa li spinga a spendere quasi duemila euro per correre una gara nella quale arriveranno solo illesimi

Se guardiamo i risultati della Maratona di New York alla fine, forse, ci ricorderemo solo quelli di chi è arrivato tra i primi al traguardo. Anche perchè la telecronaca in diretta di Rai Sport e Eurosport non aiuta certo ad apprezzare da casa la gara dei cinquantamila. Ci ricordiamo di Orlando Pizzolato e Giacomo Leone (ora entrambi commentatori), di Gianni Poli, forse di Franca Fiacconi e dell'exploit di Sara Dossena lo scorso anno. Pochi sanno che dopo USA e Kenya siamo la nazione che per più volte (4) è riuscita ad arrivare prima a Central Park. Nessuno, o quasi, si ricorda a distanza di un anno chi è stato il vincitore dell'edizione precedente.

Eppure quella di New York resta sempre la maratona estera più amata dagli italiani (sia in pantaloncini che in pantofole). Sicuramente una buona scusa per una vacanza di una settimana oltreoceano (New York è sempre New York). Ma per molti anche una semplice toccate e fuga di pochi giorni, giusto il tempo di correre. Anche se nessuno si ricorderà o saprà mai della loro impresa. Nessuno li aspetterà all'arrivo. Nessuno (o veramente pochissimi) crederà in un insperato podio di categoria (ieri ben quattro azzurri hanno vinto la categoria SM40-SM45-SM50 e SF50, tra cui l’amico Massi Milani).

Allora perchè? Perchè la prima domanda di chi non corre è sempre hai fatto anche New York? Perchè l'Italia ormai da anni è la prima nazione con più partecipanti dopo gli USA? Perchè le pagine dei social, dei blog e dei principali siti sportivi (e non solo) sono diventate monotematiche (e ripetitive) in questo week-end? Perché? Forse perchè la New York City Marathon ha qualcosa in più. Qualcosa di diverso. Di folle. L'ho già scritto lo scorso anno raccontando la mia avventura. Sono sempre stato un detrattore di New York fino a quando non l'ho provata. Vissuta. Sofferta. Amata. E di nuovo sognata. 

Correre una maratona è già di per sè un'esperienza extrasensoriale. Qualcosa di indimenticabile. Qualcosa da cui è difficile tornare indietro. Qualcosa difficile da spiegare. Anche solo da replicare. Lo sa chiunque abbia avuto il coraggio di mettersi in viaggio. Anche quelli che... no, io la maratona mai! Ecco, New York è esattamente questo. L'essenza della maratona. Il succo. La linfa. L'anima. La Maratona.
In tanti mi criticheranno dopo questa affermazione. Ma saranno solo quelli che a New York non ci sono ancora mai stati (per correrla). Perchè chi ha respirato l'aria sul Ponte di Verrazzano, chi ha attraversato Brooklyn con le sue migliaia di mani tese, i suoi cartelli colorati, i palazzi rossi, le band musicali ad ogni angolo, chi ha sofferto sul Queensboro Bridge, chi ha pianto attraversando il Bronx prima di intravedere da lontano l’insperata folta chioma di Central Park, sa di cosa sto parlando.

E allora arrivo alla fine a rispondere anche a quella domanda con cui ho aperto questo articolo. Perchè correre la Maratona di New York per essere solo un insignificante numero in mezzo a migliaia di arrivati? Perché alla fine la maratona siamo noi. E New York ne è l’esempio più eclatante. Siamo noi quando ci alziamo per mesi la mattina presto per prepararla prima di andare al lavoro. Siamo noi quando ci stringiamo infreddoliti a Staten Island ore e ore prima della partenza, come se fosse la cosa più naturale e normale che ci sia. Siamo noi quando alziamo una mano sul marciapiede per dare un cinque a chi sta passando ossessionato dall’arrivo a Central Park. Siamo noi che ci esaltiamo perché anche se è l’ennesima medaglia, sicuramente è la più bella. Siamo noi che continueremo a parlarne per giorni, settimane e poi di anno in anno, ogni volta che la Maratona di New York si ricorrerà. Siamo noi che aspettiamo di riguardarla in televisione per rivedere quelle strade e ricordare profumi e suoni che ci hanno accompagnato per quarantadue chilometri. Non importa quando arriveremo e in quanto tempo. Arriveremo. E quella sarà l’unica cosa che conta. 

Non è una figura retorica. Mi ricollego a quanto detto ieri da Bragagna e Poli durante la telecronaca su Rai Sport (ogni tanto anche lui qualcosa di non scontato lo racconta, incredibile). Se non ci fossero cinquantamila amatori pronti ad affrontarla, New York (come quasi ogni altra maratona al mondo) non si correrebbe. Non sono i top runner a renderla grande (i top ci sono in tutte le discipline, eppure). Siamo noi. Amatori. Agonisti. Ma pur sempre persone normali. Che amano correre. Che amano parlare di corsa. Che vivono di corsa. La Maratona di New York è il simbolo di tutto questo. Non sarà mai la più veloce, ma non vuole nemmeno esserlo. Forse non è nemmeno più quella più affascinante. Ma sarà sempre il sogno di ogni maratoneta. Perché alla fine è questo quello che rincorriamo. I sogni.