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Una Firenze Marathon epica

Non bastassero quarantadue chilometri a rendere leggendaria una corsa, alla Firenze Marathon hanno contribuito anche pioggia, vento e gelo a trasformare la rincorsa al traguardo in una battaglia epica, degna dei racconti della mitologia greco-romana. Una sfida contro sé stessi che è diventata poco a poco una lotta contro la natura, tutti uniti da un unico obiettivo: arrivare fino in fondo. Ma c’è stato anche chi, in tutto questo, ha fatto la gara più bella di tutta la sua vita. 

Una Firenze Marathon epica

Tagliato il traguardo il mio primo pensiero è stato recuperare una coperta termica e mettermi in disparte per aspettare l’arrivo di Chiara. Dopo le due maratone andate male in primavera (alla Milano Marathon e alla Wings for Life World Run in Olanda) sapevo che questa volta ce l’avrebbe fatta. Grazie anche all’aiuto del prof. Massini che, nelle ultime settimane, le ha fatto ritrovare una forma insperata, con allenamenti più lenti e di scarico invece che con carichi continui e riuscendo a placare in parte anche l’ansia di prestazione. Ho continuato a spostare la mia attenzione dall’ultima curva, proprio sotto il Campanile di Giotto, al tabellone cronometrico posto sopra il traguardo, sperando ogni volta di vederla sbucare tra le transenne nella sua divisa violarancio. Tre-e-zero-due. Tre-e-zero-tre. Ancora sei minuti per sperare di strappare il suo nuovo personale da neo-mamma. Nessuna scusa. Tre-e-zero-quattro. Mi sono distratto solo un attimo e come per magia l’ho ritrovata stanca e sorridente al di qua dell’arco di arrivo, con uno straordinario 3h 06’ 17” a coronare un anno (sportivo) dedicato a quell’unico istante. Mattinate di allenamento al buio e al freddo, staffette domenicali per riuscire ad allenarci entrambi, corse in solitaria tra Naviglio e Martesana. Ci siamo stretti in lungo abbraccio, racchiusi in una bolla ferma nel tempo che ci ha riscaldato per un attimo, consapevoli di essere solo in bilico tra il traguardo ed un nuovo inizio. 

Ci eravamo divisi poco più di tre ore prima, ognuno per entrare nella sua griglia di partenza, ognuno con un obiettivo diverso. Io in quella rossa, per cercare un tempo sotto le tre ore e non perdere l’accesso privilegiato, lei poco più dietro in quella blu, per rincorrere un nuovo personale da mamma-runner. 

Per me è stata una prima volta. Non mi ero mai presentato alla partenza di una maratona senza provare a raggiungere il sogno di un altro record. Ma sarebbe stato inutile e proibitivo cercare di correre oltre le mie possibilità, con il rischio di non riuscire poi nemmeno a centrare il minimo sindacale. La corsa, e la maratona in particolare, mi ha insegnato ad essere realista. A saper valutare le proprie capacità, a saper riconoscere i propri limiti, a saper ridimensionare i propri obiettivi. Perché la maratona non perdona. E questo lo ha scoperto Federico, che proprio a Firenze ha dovuto fare i conti con la realtà.

Siamo partiti insieme, in compagnia anche di Gabriele, sicuramente il più in forma di noi tre. Tre Corro Ergo Sum Runners. Siamo partiti con la voglia e la consapevolezza di poter fare bene, ma dovendo poi fare i conti ognuno con i propri limiti. E con il clima, diventato sempre più ostile di chilometro in chilometro. Le previsioni meteo davano da tutta settimana il tempo ottimo per correre: cielo semicoperto e temperatura fresca. Io ho deciso di replicare l’abbigliamento di New York, con maglia termica sbracciata (Rewoolution) e manicotti (BV Sport) sotto la divisa sociale, calf (Compex) e New Balance 880 ai piedi. Scelta che mi è sembrata quanto mai azzeccata a pochi minuti dal via, quando, non ancora raggiunti i primi mille metri, ha iniziato a piovere. Una pioggia da subito nemica, cattiva, fredda, accompagnata dal vento che ha congelato subito gli animi non appena arrivati lungo i vialoni che ci hanno condotto verso i sottopassi della Fortezza da Basso. Speravo in un veloce temporale, ma ben presto ci siamo accorti che non sarebbe stata una mattinata facile. 

Federico, con qualche problema di allacciatura alle stringhe (con la pioggia i nodi tendono a sciogliersi più facilmente se non ben stretti), ha preso il largo prima di entrare la Parco delle Cascine, mentre io e Gabriele siamo rimasti al ritmo che ci eravamo prefissati di mantenere sin da subito (4’ 10”). Un ritmo quasi al limite per me. Ma con la prospettiva di correre in compagnia. Ho ripensato spesso alla mia ultima maratona corsa senza problemi (tranne quelli avuti poi all’ultimo chilometro) ricordando la facilità di corsa e le buone sensazioni avute durante tutta la gara, fino oltre il trentacinquesimo. Cosa che non si è ripetuta invece lungo le strade di Firenze. Per correre bene una maratona non è possibile iniziare a fare fatica prima del giro di boa. Le gambe devono correre da sole, al loro ritmo, senza bisogno di spingere o di forzare. E questa volta queste sensazioni non le ho avute. Non che abbia fatto fatica nella prima parte di gara, ma non ho certamente corso rilassato. 

All’interno del Parco delle Cascine ci siamo ritrovati inglobati in un piccolo gruppetto che ha dettato il ritmo, praticamente uguale al nostro. Fianco a fianco, abbiamo tenuto sotto controllo a distanza Federico, ormai qualche centinaio di metri avanti a noi, sperando in una sua giornata di forma strepitosa. Non pensare al passo ci ha fatto concentrare più sulla pioggia che non ha mai smesso per un attimo di battere, incessante, insistente, incontrollata. Cambiata sponda dell’Arno le condizioni non sono evolute, con la differenza di molti passaggi su lastroni scivolosi e sconnessi, invece che sull’asfalto, che hanno iniziato a lavorare ai fianchi la tenuta delle gambe. Ho apprezzato particolarmente la non-salita-e-ridiscesa verso Palazzo Pitti e il nuovo tratto che ci ha portato subito su Ponte Vecchio già al diciannovesimo chilometro. Un passaggio che mi ha ricordato tantissimo (in piccolo) le strade di Brooklyn corse un mese fa. Pubblico assordante, accalcato sulle transenne da una parte e dall’altra della strada, che ci ha spinto oltremodo per qualche centinaio di metri nonostante il terreno scivoloso e sconnesso e la salita verso gli Uffizi. Emozioni durate solo per qualche secondo ma che hanno ridato rinata spinta alle gambe in vista del passaggio a metà gara. Due passaggi consecutivi sopra all’Arno per poi ritrovarci sotto l’arco del ventunesimo chilometro (1h 27’ 32”) in media perfetta secondo le nostre previsioni di gara.

Poco dopo il piccolo assaggio di lastroni verso Santa Croce e il ritorno verso la periferia, il nostro piccolo gruppetto si è ricomposto. Federico, ancora intento a lottare con le stringhe delle sue scarpe, si è definitivamente accodato a noi e insieme ci siamo inoltrati verso la parte di percorso più duro da affrontare. Non tanto per le asperità del tracciato o del terreno, quanto per la zona anonima di Firenze in cui ci siamo diretti e l’avvicinarsi della parte più dura della maratona, quella del trentesimo chilometro. 


Firenze Marathon 2017: l’arrivo (1 e 2), il passaggio agli Uffizi sul Lungarno (3) e Corro Ergo Sum Runners all’Expo Village.

La pioggia non si è arrestata nemmeno scendendo verso il Lungarno, ritornando poi copiosa non appena abbiamo invertito il senso di marcia seguendo il tracciato della ferrovia. Ho vissuto come un deja-vu, ritornando a quella Firenze Marathon corsa sotto la pioggia nel 2010 che proprio nello stesso tratto ci aveva regalato la parte più dura e insidiosa. Ma questa volta il peggio doveva ancora arrivare. Controvento, infreddoliti, smarriti passando attraverso quartieri anonimi e deserti, ci siamo ritrovati senza accorgercene in fila indiana, per subire il meno possibile le ire del clima in tempesta. Federico ha perso qualche metro, che col tempo si è poi trasformato in manciate di minuti. E poco dopo anche il mio passo si è fatto più pesante. Le mani intorpidite dal gelo hanno cercato il primo gel nascosto ancora nella tasca posteriore degli svolazzini ormai fradici di pioggia. Avrei voluto aspettare il trentesimo chilometro, ma ho preferito correre subito ai ripari. Gabriele ha continuato imperterrito col suo passo ritmato prendendo qualche metro di vantaggio e non ho più avuto la forza di reagire per riunirmi a lui. L’ho visto allontanarsi piano piano, qualche posizione davanti a me, con la pioggia sempre più abbondante e pesante a trasformare di grigio tutto ciò che ha avvolto (chiuderà poi con il nuovo pb in 2h 56’). 

Ho smesso di guardare il cronometro al ventottesimo chilometro. Vento e freddo hanno iniziato a prendere il sopravvento, dandomi la sensazione di aver perso il ritmo (in realtà, guardando a posteriori il passaggi, non è stato così). L’atmosfera, da festosa che era stata nella prima parte ancora vicina al centro città, è diventata surreale. Silenzio assoluto, nemmeno il fastidioso clacson delle auto a farci compagnia. Solo lo scrosciare della pioggia in aumento che ha trasformato la strada in un piccolo laghetto di foglie galleggianti. Solo il passaggio tra i viali alberati di Campo di Marte (in zona stadio) ha preannunciato l’imminente ritorno verso il centro città e la (ormai insperata) fine della gara. Con ancora più di dodici chilometri da correre. Ma rimanere da solo, senza più la costante preoccupazione del cronometro, con il solo obiettivo di raggiungere il traguardo il prima possibile, non ha certo aiutato a correre più rilassato. La strada, sempre il leggera svolta verso sinistra è sembrata risucchiata da un vortice infinito, che ci ha soffiato addosso con violenza tutta la sua forza al nostro passaggio.

Al ristoro del trentesimo chilometro, i due gonfiabili Enervit, preposti per il ristoro con gel ci sono caduti in testa mentre li stavamo oltrepassando. I cartelli di sali, acqua, the vicino ai tavoli si sono ribaltati, mentre i volontari hanno cercato di controllare la situazione abbandonando le loro postazioni per ripristinare la situazione il prima possibile. La violenza del vento è stata così forte che in più di un’occasione le gambe sono state trascinate in un auto-sgambetto incontrollato. Zuppi d’acqua, con i piedi a mollo ormai da decine di minuti, abbiamo attraversato i parcheggi che ci hanno portato all’imbocco dell’entrata della pista di atletica incrociando gli sguardi persi di chi stava qualche minuto davanti a noi, tutti immersi in un’unica smorfia di sofferenza e concentrazione per provare resistere a quel momento. Non nego di avere avuto la tentazione di dire basta. Basta. Rimandare l’appuntamento con le tre ore di qualche settimana. Cercare una stanza calda e asciutta. Un momento di pausa. Poi, inevitabilmente, come in un film, sono sfilati davanti agli occhi gli ultimi mesi di allenamento. La fatica per ricercare una forma che potesse dare senso alla maratona. Gli allenamenti rubati in pausa pranzo e i lunghi tra Canale Villoresi e Naviglio Martesana. Ho pensato a Chiara che stava lottando allo stesso modo poco più dietro e che avrei dovuto aspettare sotto l’arco di arrivo. 

Non c’è stato un vero scatto, né nella testa né nelle gambe, ma solo un trascinarsi avanti, abbandonando presto la zona di Campo di Marte per ritrovarsi finalmente col vento alle spalle e nuovamente il Lungarno di fronte. Il ritmo ne ha inevitabilmente risentito. Poco prima del trentacinquesimo chilometro è stato il momento di un nuovo gel. Ma la ricerca è stata più dura e lunga del previsto. Le dita della mano congelate hanno completamente perso la sensibilità, non riuscendo a trovare la cerniera sul retro dei pantaloncini. Ci è voluto qualche minuto prima di riuscire ad aprirla, ed altrettanti per essere in grado di estrarne il contenuto senza rischiare di farlo cadere. Ma intanto il tempo è passato e i chilometri si sono fatti sempre più corti. 

Ritrovare i lastroni bagnati e scivolosi del centro storico è stato un regalo dolceamaro. Fatica più che raddoppiata, ma fine sempre più vicina. I muscoli hanno iniziato a stridere, raffreddati oltremodo anche da una postura ormai completamente persa. La sensazione è stata quella di essere completamente da solo lungo il percorso, nonostante i continui sorpassi e i timidi applausi dei pochi presenti che sono diventati tanti ogni volta che ci siamo riavvicinati per un attimo al centro città. Al chilometro trentasette ho visto per la prima volta Tommaso, accompagnato dai nonni. Visto per modo di dire, nascosto completamente dalla copertura di plastica del passeggino. Ho provato ad accennare un saluto accorgendomi di avere anche le braccia semicongelate e la voce persa nel caldo dei polmoni. Salita verso piazza San Marco e nuova ridiscesa verso il Duomo che ci ha lanciati nell’ultimo sprint prima dell’arrivo.

Sapevo che psicologicamente il passaggio al trentanovesimo chilometro sarebbe stato molto difficile. Sfiorare il traguardo per poi ributtarsi lungo l’Arno e allontanarsi fin quasi nuovamente al Parco delle Cascine è stato pesante. Solo un chilometro per un ultimo (ennesimo) giro di boa. Vicoli stretti e scivolosi, il continuo plauso dei tanti presenti nascosti dagli ombrelli, pioggia e terreno sconnesso. Un mix che in pochi metri è stato in grado di spingere ed affossare le gambe, fino a quando l’unica direzione possibile è stata quella verso il traguardo. Mi sono ritrovato come catapultato per caso in Piazza della Signoria, senza accorgermene, sapendo che ormai il più era fatto. Seicento, cinquecento, forse solo quattrocento metri prima della fine. E' stato in quel momento che ho ripreso conoscenza. Ho guardato il cronometro per avere la certezza di non essere fuori tempo massimo ed ho avuto la sicurezza di potermi godere la passerella finale. Senza più spingere, senza più la preoccupazione di resistere, senza la paura di non farcela. Ho corso rilassato, ritrovando il sorriso, scegliendo la corsia centrale tra le due transenne che ci hanno portato fin di fronte al Battistero. Freddo, pioggia, fatica si sono per un attimo allontanate, lasciandomi godere l’arrivo, come appena risvegliato da un lungo e interminabile sogno (incubo). 2h 58’ 23” e la prima griglia salva. Un semplice modo per dirmi "da domani si ricomincia da qua"