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La grande bufala degli influencer

Mi imbatto sempre più spesso, sui social, in articoli e post di gente incompetente che parla e scrive di corsa, scarpe, allenamenti. Nella maggior parte sono comunicati stampa copincollati. Nella migliore delle ipotesi articoli altrui fatti diventare impropriamente propri. Nel mezzo, una serie imbarazzante di idee inventate e scontate. Senza commentare le immagini. Si chiamano influencer.

Ho detto parla e scrive. Già qui bisognerebbe aprire un primo dibattito, dato che la maggior parte di quelli che si ritengono paladini del sapere assoluto, nella maggior parte dei casi non hanno la più pallida idea di cosa siano l’italiano e la grammatica. Non a caso le aziende investono sull’apparire di Instagram. Pochi danni e tanto ritorno. Basta essere belle e simpatiche (o almeno farlo trasparire nelle proprie foto) per avere una coda lunga migliaia di follower (per un uomo la cosa già diventa un tantino più complicata). Che si trasforma in centinaia di dollari o euro (magari). Saper correre (come parlare e scrivere), non conta. 

Se tutti si limitassero a questo il problema sarebbe quasi risolvibile. Diventa preoccupante quando qualcuno tenta di abbattere il muro della fotografia. Non basta indossare un paio di scarpe per diventare un runner. Come non basta avere un Mac per diventare un blogger (non ho considerato nemmeno l’idea di scrivere giornalista). Non basta correre capeggiando un gruppo di amici per diventare un allenatore. 

Ogni giorno mi imbatto in immagini imbarazzanti, che vanno contro l’idea stessa di atletica leggera. Tecnica e postura abbandonate per lo scatto perfetto. Quando basta guardare un qualsiasi top runner per capire che nessuno mai correrebbe, lontano da una pedana di ginnastica artistica, appoggiando la punta di un piede. Ma questo è sempre il meno. Sono le recensioni la parte migliore (o peggiore). Come poter parlare di una scarpa performante, per ritmi veloci, quando l’unico momento in cui si è andati veloci è stato su un frecciarossa? Come valutare una superammortizzata quando la bilancia non ha mai segnato più di trentacinque chili? Come spiegare le differenze tra una scarpa ed un’altra senza mai averci corso più di dieci minuti?

In realtà il problema non è l'influencer. Il problema è quello che l’influencer è diventato. Il fruttivendolo, il macellaio, il commesso, il panettiere, sono sempre stati influencer. Con il loro sapere, le loro preferenze, i loro consigli, le loro simpatie. Lo stesso commesso del negozio di running specializzato lo è. Ma (si spera) con la dovuta preparazione. E, soprattutto, in funzione del proprio lavoro. 

Oggi invece influencer è sinonimo di chi vuole guadagnare (nel migliore dei casi) senza lavorare (anche se non credo siano molti i ferragni del web) apparendo. Una corsa all’accaparrarsi i prodotti regalati dalle aziende per una foto o un articolo. “L'influencer è un pirla sfaticato che lucra su dei pirla danarosi incapaci di scegliersi da soli un paio di scarpe da pirla”. Duro ma vero. Parole di Vittorio Sgarbi. Tutti ne parlano (male), tutti ne prendono le distanze. Eppure la fila di follower non si assottiglia, anzi. 

Chi fa comunicazione, informazione vera, sa cosa c’è dietro ad un articolo. Sa cosa vuol dire spremere fino in fondo un paio di scarpe. Sa quanto sudore ci vuole per allenarsi, lavorare, scrivere, pensare, fotografare, fare video. Soprattuto sa leggere oltre i numeri. Oltre l’apparenza. Quello che fa la differenza è la passione, la voglia di mettersi in gioco, di migliorare. Nella corsa come dietro una tastiera. Sognando sempre un nuovo traguardo.