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PoliMi Run, trenta e lode

E' stato come un tuffo nel passato. Trovarsi in stazione alle 7 di mattina con uno zaino in spalla ad aspettare il treno. Salire e vederlo riempirsi di ragazzi (giovani) tutti in divisa rossa d'ordinanza. Scendere e seguire il flusso verso il campus dove, l'ultima volta, diciotto anni fa, ho discusso la mia tesi in design. Con la tensione di un nuovo esame. In running. Anche questa volta l'ho passato a pieni voti. E con un nuovo pb...

PoliMi Run, trenta e lodePerché alla fine in quello ci hi sempre creduto. E come ripeto sempre a tutti, partire battuti in partenza non serve a nulla. Solo a non voler raggiungere un nuovo risultato. E' come all'università: ci si prepara e ci si presenta al giorno dell'esame. Ritirarsi ancor prima di provarci non ha senso. Tanto poi per rifiutare un voto si è sempre in tempo (anche se io sinceramente non l'ho mai fatto). 

E un trenta se lo merita anche il PoliMi. Perché contro tutti i pensieri comuni (ed articoli pensati solo al sensazionalismo di chi interessa solo vendere un giornale) ha portato a correre lungo le strade di Milano 8000 ragazzi. O quasi tutti ragazzi. Basta analizzare la classifica finale per notare che tra i primi venti arrivati solo in tre siamo over 35 (di cui un SM40 - io - un SM45 e un SM50). La lode se la guadagna con un percorso tanto bello quanto veloce che ha unito, lungo un unico rettilineo che ha attraversato Milano da ovest ad est, il Campus della Bovisa con la bellissima sede storica del Politecnico in Piazza Leonardo da Vinci. Un percorso nuovo e diverso finalmente, che dimostra come a Milano sia possibile correre ovunque. Basta volerlo. 

Il colpo d'occhio tra gli angar della Bovisa è stato bellissimo appena arrivati, con interminabili code rosso-vestite che si sono intrecciate ordinate (cosa estranea normalmente al mondo del running) davanti a stand, angoli ristoro, bagni chimici, camion per la consegna borse. Mi sono sentito quasi una pecora nera tra tutti quei ragazzi. Ed ho pensato quanto sarebbe potuto essere bello vent'anni fa. Il plauso (e il bacio accademico) va al Politecnico che è stato in grado di affiancare l'amore per lo sport alla cultura. Un binomio che è in grado di creare quel tipo di sport genuino, pulito, semplice, fresco, libero, lontano dalla bolgia infernal-popolare che di sportivo ha ormai ben poco. Sarebbe bello se fosse l'inizio di un modo diverso di pensare all'attività fisica. Di far conoscere ai giovani, bambini e ragazzi, quanto sia bello faticare per raggiungere un risultato. Di far capire, a chi li dovrebbe educare, che la cultura non cresce solo dietro le pagine di un libro. Utilizzare lo sport come parafrasi della vita. Che poi in pratica è proprio quello che è nella realtà.

Mi ha fatto strano sentirmi chiedere da ragazzi poco più di ventenni in quanto avrei potuto correre i dieci chilometri e vedere i loro occhi strabuzzare fuori dalle orbite sentendo la mia risposta. Io non sono certo un campione e loro mi avrebbero dovuto precedere di alcuni minuti vista l'età. Eppure... ma è stato già un primo passo esserci e potergli dimostrare che tutto è possibile. Basta crederci. Basta volerlo. 

Come ho voluto riprovare l'ennesima mia sfida senza dar peso al cronometro durante la gara. La difficoltà più grossa questa volta è nata dal fatto che con gli impegni lavorativi delle ultime settimane non ho più avuto riscontri sull'abitudine (di gambe e testa) alla velocità. L'ultimo vero allenamento di qualità è stato più di un mese fa. Riconoscere il passo non è stato affatto facile. E sbagliare in un diecimila non dà certo modo di riparare strada facendo. Anzi. In partenza poi sono stato un po' preoccupato da un dolore addominale nato durante il riscaldamento. Lo stesso dolore avuto nei chilometri finali della Conero Running e che mi era costato secondi preziosi negli ultimi due chilometri. Ma è bastato sentire il colpo di pistola per non averne più notizia. 

Sotto l'arco di partenza mi è sembrato abbastanza chiaro che sarebbe stata dura arrivare nelle primissime posizioni. Tanti ragazzi giovanissimi, tante divise di squadre più che blasonate e tanta voglia di far bene da parte di tutti. Mattinata calda e sole che ha picchiato sulle teste ben prima che la corsa avesse inizio. Anche se poi in realtà non l'ho sofferto più di tanto. Mi sono semplicemente messo in coda cercando di capire cosa le gambe avrebbero avuto intenzione di fare. 

Il sottopasso della ferrovia dopo qualche centinaio di metri è servito subito ad allungare le fila ed a dare i giusti spazi per correre. Mi sono accodato al piccolo gruppo nero degli adidas Runners capitanato da Sara Galimberti per farmi trascinare e non strafare nei primi chilometri, ma mi sono subito accorto di quanto il loro passo fosse troppo controllato. E con mia somma sorpresa li ho superati lasciando che la corsa venisse più naturale possibile. E come un mese fa ai piedi del Monte Conero, correre il primo mille senza esagerare (3' 42") ha dato i suoi buoni frutti nei chilometri successivi. 

Il percorso è stato decisamente veloce. Dritto, come piace a me. Su lunghi e larghi viali, come piace sempre a me. Sono passati pochi minuti per ritrovarci all'unica salitella impegnativa sul Ponte della Ghisolfa per poi lanciarci in discesa verso il centro di Milano. Ho provato ad agganciarmi al treno degli unici due più anziani di me che mi hanno preceduto all'arrivo, ma ho resistito solo qualche chilometro, lasciandoli poi allontanarsi lentamente per paura di crollare nel finale. E i due chilometri a 3' 27" mi hanno fatto capire che ho fatto bene (o magari no... ma ormai non lo posso più sapere). 


PoliMi Run: alla partenza (1), all'arrivo (2 e 3) e la festa dopo gara in Piazza Leonardo (4).

Pensavo di trovare decisamente più traffico sulle strade attorno alla Stazione Centrale, ma evidentemente la domenica mattina di sole ha dato un grosso aiuto. I chilometri centrali che ci hanno avvicinato a Città Studi sono stati tutti uguali, con passaggi su pavé e binari del tram, asfalto e lastroni, ma senza perdere mai il ritmo. La fatica è cresciuta, ma sempre controllata. Ho ripercorso la mappa mentalmente, immaginandomi come il puntino lampeggiante di google-maps che corre lungo la strada. I chilometri che fino al quarto erano decisamente sballati, sono diventati regolari e precisi e mi sono concentrato sulla loro ricerca di chilometro in chilometro. Qualcuno mi ha raggiunto alle spalle, qualcuno mi ha affiancato, ma ho pensato sempre e solo a correre per me, senza la ricerca di scie e senza il bisogno di qualcuno che mi facesse il passo. 

Poco prima di attraversare Piazza Piola, tra il settimo e l'ottavo chilometro, la sorpresa più grande (e gradita) è stato il passaggio al cheering point, il tifo organizzato del PoliMi. Due ali di ragazzi che, con tamburi, grida e mani giganti (quelle che si vedono in tutti i college americani per il tifo) ci hanno spinto verso il finale di gara. E dall'accelerazione (3' 32") registrata dal Garmin Fenix 5X, sembra che sia servito. 

I due chilometri finali sono stati di sofferenza pura. Me lo ero già immaginato. Trovarsi a poche decine di metri dall'arrivo, vederlo e spere di dover ancora circumnavigare tutto il quartiere di Città Studi è stata dura. Le strade si sono fatte deserte, sia di auto che di pedoni. Le curve hanno nascosto il percorso. Senza più cercare di guardare avanti, ho seguito come un'ombra le traiettorie di chi mi stava precedendo di qualche secondo. E solo il cartello del nono chilometro ha ridato un po' di vitalità alle gambe. Contemporaneamente alle spalle ho sentito passi avvicinarsi e proprio sull'ultimo lungo rettilineo di Via Celoria ho visto Sara Galimberti e il suo fido pacer affiancarmi. 

Mi sono anche dimenticato di guardare il tempo all'ultimo intermedio per sapere quale potesse essere il risultato finale e provare a dare il tutto per tutto. Ma non ce n'è stato bisogno. Poco più avanti le urla di Chiara e il sorriso di Tommaso (che per la prima volta mi ha riconosciuto in una gara) mi hanno dato una scossa di adrenalina che mi ha fatto prendere alcuni metri di vantaggio sui miei neo-compagni senza volerlo. Stanchezza che è scomparsa come per magia per una decina di secondi, nei quali avrei potuto correre all'infinito. Poi è stata la rincorsa al traguardo. Ho lasciato che mi sorpassassero nuovamente poco prima dell'ultima curva senza tentare lo sprint finale per qualche secondo in meno, lasciando spazio a loro per l'arrivo a braccia alzate della prima donna verso la fascia tesa sotto l'arco di arrivo. Solo allora mi sono ricordato del crono. 

36' 08" il tempo ufficiale di gara. Solo qualche secondo il personale di due anni e mezzo fa, solo qualche secondo oltre quel 35' che avrei potuto provare a raggiungere (sempre col senno di poi). Ma anche un 1° posto di categoria e un 14° assoluto (che vale come un dodicesimo). Una gara da incorniciare. 

Avrei potuto osare di più? Forse si. Ma ieri, a quest'ora, non sarei stato d'accordo. Mi godo quel che è arrivato, non preparato, quasi sperato, certamente voluto. Visti questi primi mesi dell'anno, so che posso fare ancora di più. Ma ci vuole il tempo e la calma che hanno contraddistinto queste settimane. La strada è quella giusta. Basta seguire i cartelli, ascoltare le sensazioni e provarci al momento giusto. Il traguardo è sempre lì, dopo la curva.