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Monza Montevecchia Ecotrail: primi alla prima

Non ho mai nascosto il mio amore per la MoMot, la Monza Montevecchia Ecotrail. Una gara che mi ha stregato dalla prima volta a cui abbiamo partecipato, io e Chiara. La nostra prima-vera gara di coppia. Anche la nostra prima-vera vittoria insieme. Oggi la voglio ricordare così...

Un piccolo torrente che scorre sotto l'arco di fronde piegate dalla pioggia caduta per troppi giorni. Il sole che entra di traverso tra i rami verdi ad illuminare le buche lasciate nel fango di chi è già passato qualche minuto prima. Silenzio interrotto solo dal respiro del proprio compagno. Mi sono fermato un istante lasciando che Chiara mi superasse. È stato tutto in quello scorcio al trentesimo chilometro l'essenza della Monza Montevecchia. Trentadue chilometri partendo dalla Villa Reale e il Parco di Monza e attraversando il Parco dell’Alta Valle del Lambro, fino al Parco Regionale di Montevecchia e della Valle del Curone. La Brianza, il polmone verde a due passi da Milano. Sconosciuto ai più. Amore segreto dei runner.

Stralci di bosco incantati, colline ricoperte da ettari di prati verdi al confine col cielo blu. Piccoli paesi di campagna densi di pubblico festante pronto a spingerti su per la salita che sale fino al Santuario di Montevecchia. Torrenti immacolati da attraversare per rinfrescare gambe, piedi e testa. E ritrovare quello spirito sportivo che ti fa salutare tutti gli avversari che superi e che ti superano, che ti fa incitare chi vedi in difficoltà, che ti fa pensare prima alla fatica del tuo compagno che alla tua. Allungare una mano per trascinarlo dentro un corso d'acqua o spingerlo in su per una salita fangosa. Chilometri che scorrono veloci, mentre la mente è occupata a immagazzinare i quadri che la natura ti regala nella giornata perfetta per correre. Perfetta per arrivare insieme mano nella mano e sorridere ai fotografi che ti aspettano all'arrivo. Primo o ultimo che sia.

Credo che la MoMot non abbia nulla da invidiare a gare ben più blasonate, come la Monza-Resegone. Anzi. Per tanti versi credo possa essere considerata ancora più bella. Per il legame unico che unisce compagni e avversari e che ti lega alla natura. La forza che ti spinge oltre qualsiasi ostacolo quando sei in difficoltà, alzando lo sguardo. Ma anche la stessa forza che ti rende quasi impotente quando vuole rallentare il passo e vincerti.

I giorni di pioggia che hanno preceduto la gara sono stati aiuto e ostacolo. Un binomio che ha accompagnato la gara passo passo. Clima perfetto per correre. Cielo d'un azzurro quasi dimenticato, sole caldo e amico, aria frizzante e rinfrescante. Ma i piedi hanno calcato strati di fango molliccio e gommoso, acqua fredda e limpida nei torrenti carichi. Umido sottobosco, sassi scivolosi, discese quasi impercorribili. Eppure è sembrato tutto così perfetto. Ma alla partenza è contato solo correre.


Si ringraziano Roberto Mandelli e Monza Marathon Team per la gentile concessione sull'utilizzo delle fotografie.

Sono salito sul palco davanti alla Villa Reale di Monza stringendo la mano di Chiara, davanti a fotografi, avversari e pubblico. Coppia numero 34. La squadra che ci precedeva era già venti secondi più avanti. La sera prima della gara abbiamo studiato insieme l'altimetria e il tracciato. Primi otto chilometri praticamente piatti, successivi nove in salita, discesa per altrettanti fino all'inizio della cronoscalata al Santuario di Montevecchia e poi discesa fino all'arrivo. 700 metri di dislivello positivo in 32,5 Km.

Il primo obiettivo è stato guadagnare il più possibile nel tratto iniziale, quello più regolare, senza strafare. Ad ogni coppia che abbiamo superato abbiamo regalato un saluto di incoraggiamento. Siamo stati avversari, ma anche compagni in un'avventura regalata a pochi. È il bello delle gare a cronometro.

Appena entrati nelle campagne il primo fango ci ha dato un piccolo assaggio del peggio che ci sarebbe stato più avanti. Molte coppie hanno provato a cercare traiettorie pulite, non sapendo che le loro scarpe sarebbero diventate di un nuovo colore di lì a breve. E quando sono iniziate le salite ho lasciato che fosse Chiara a fare strada, per aiutarla in caso di bisogno e per non forzarla nel tratto più tecnico che avremmo potuto pagare più avanti. Ma per lei, campionessa italiana di ultratrail al Magraid, è stato come un ritorno a casa. Prima passando un tratto dove il sentiero era nascosto da cespugli di ortiche, per poi cominciare la salita nel sottobosco. Il primo vero bagno di fango.

Le radici degli alberi che spuntavano tra i grumi marroni sono diventate appoggio e sostegno, permettendoci di superare un buon numero di coppie che hanno pagato la pesantezza del sentiero. Poi sono iniziati i guadi. Piccoli torrentelli colmi di acqua fredda che attraversano la boscaglia fitta. Il sole a tratti è comparso tra le fronde in finestre che si sono aperte su un cielo terso e azzurro illuminando l'aria umida. Il primo bagno è stato tutt'altro che rilassante, con la temperatura corporea troppo calda per trovare sollievo. Le scarpe si sono lavate dalla fanghiglia agglomerata tra lacci e suola diventando subito pesanti. Abbiamo risalito il sentiero, a tratti soli a tratti in compagnia fino a sbucare quasi a Casatenovo. Gli alberi si sono diradati quasi di botto proiettandoci nell'alta campagna brianzola. Abbiamo attraversato campi arati e prati con erba alta che arrivava quasi alla vita, con il sentiero che più volte è scomparso per poi ritornare.

La Brianza ci ha regalato scorci inimmaginabili. Angoli nascosti che in pochi hanno potuto gustarsi, soprattutto con un paio di scarpe da running ai piedi, quelle che ti fanno assaporare tutto con più gusto.


Si ringrazia Roberto Mandelli per la gentile concessione sull'utilizzo delle fotografie.

Quando intorno al ventesimo abbiamo svoltato in direzione Montevecchia, il Santuario ci stava già monitorando in cima alla collina da qualche chilometro. Alto, fiero. Quasi irraggiungibile. Silenzioso. Con l'ombra della cronoscalata che si stava allungando davanti a noi. Piccoli strappi di qualche centinaio di metri che si sono susseguiti dentro a scenari diversi l'uno dall'altro. Lungo vialoni alberati e ghiaioso. Dentro a piccole stradine quasi in disuso che passano in mezzo a case semi abbandonate. Tra sentieri sconnessi pieni di sassi che ci hanno accompagnato nuovamente dentro la boscaglia. Di avversari davanti a noi neanche l'ombra.

A poco meno di un terzo di gara abbiamo sentiamo il pubblico urlare. L'ultimo guado prima della lunga ascesa al Santuario. Chiara ha attraversato l'acqua come se non ci fosse e in un attimo ci siamo ritrovati ai piedi della salita. La pendenza è aumenta repentinamente. In alcuni tratti è stato quasi impossibile correre. La chiesa in cima alla collina è sembrata voler quasi giocare con noi, nascondendosi e riapparendo a sprazzi. Prima dietro agli alberi e poi tra le cascine che abbiamo superato andandole incontro. Dalla cima sono rimasti gli ultimi cinque chilometri. Nuova discesa in mezzo al bosco e arrivo al centro sportivo.

Ritornando in piano abbiamo subito ritrovato le ultime coppie che ci precedevano prima di ributtarci nell'ultima parte di bosco. Il tratto forse più faticoso di tutti nonostante la mancanza di strappetti. Il sentiero ha ricominciato a slalomeggiare tra gli alberi con andate e ritorni, il fango alle caviglie a strappare le scarpe dai piedi. Piccoli ponticelli hanno questa volta scavalcato i torrenti che avrei preferito attraversare per trovare un po' di sollievo alle gambe. Ma sono rimasto quasi stregato dalla bellezza fiabesca di alcuni angoli di bosco. Rapito come in sogno.

Solo il tuffo nell'ultimo guado mi ha risvegliato all'improvviso. I nostri diretti avversari erano poco più avanti, già sull'altra sponda. Ho attraversato l'acqua marrone e alta prendendo Chiara per mano e trascinandola, per poi risalire la sponda fangosa e buttarci nell'ultimo chilometro. Le gambe si sono immediatamente svuotate della fatica e si sono riempite di adrenalina.

Il sentiero piatto e largo che gira attorno al campo sportivo mi è sembrato un letto di piume. Abbiamo svoltato l'ultima curva risalendo la salitella erbosa che ci ha accompagnato all'arrivo prendendoci per mano. Ci siamo fermati in posa davanti ai fotografi, stanchi, stipiti, spaesati, ancora rapiti da tutto quanto avevamo vissuto, mentre un bambino ci ha porto la medaglia da mettere al collo. Un arrivo più bello non poteva esserci. 2h 50' 39" e primi classificati nella categoria mista (Chiara anche prima donna assoluta). Il sole e il cielo azzurro ci hanno baciato dall'alto. La nostra prima-vera vittoria.