Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare i contenuti e gli annunci, fornire le funzioni dei social-media e analizzare il traffico generato. Continuando a navigare in questo sito web acconsenti all'uso dei cookie.

Pacer alla Corsa del Ricordo

E’ sempre il momento per una rivincita. O per lo meno quel momento in cui incassare tutti i sacrifici fatti, con gli interessi. E dopo il personale alla Firenze Marathon ero certo che per Chiara fosse arrivato il momento di riprovarci. Questa volta sui diecimila. Una distanza che non ama. Ma nella terra che ama. Partendo insieme da quella piazza di Trieste in cui abbiamo detto si solo qualche anno fa.

Pacer alla Corsa del Ricordo

Non è detto che un personale in maratona equivalga anche a un miglioramento sui diecimila o sulla mezza. Ma molte volte si. O almeno a me è sempre successo così. Più difficile il contrario. Ma sono sempre stato convinto, dopo la bella prestazione alla Firenze Marathon di Chiara, che avrebbe avuto tutte le possibilità per riuscire finalmente a scendere sotto quel muro dei quaranta minuti che solo qualche anno fa le sarebbe sembrato impossibile da superare. Anche per questo, nonostante mi sentissi in pienissima forma dopo giorni pesanti di continuo recupero, ho deciso di scortarla come pacer dalla partenza all’arrivo. 

La Corsa del Ricordo non è stata una manifestazione molto pubblicizzata (e anche la partecipazione non è stata da grande evento). Noi l’abbiamo scoperta per caso, cercando qualche gara per correre insieme nel week-end in trasferta in terra triestina. Una corsa per commemorare i fatti tragici delle Foibe (che probabilmente i più nemmeno conoscono) e l'esodo delle popolazioni Giuliano-Dalmate. 10 Km di corsa per continuare a tenere vivo il ricordo e perché certi fatti non avvengano mai più. Un motivo in più per esserci.

Il percorso non è stato una novità. Ci avevo corso il mio primo diecimila sotto i trentasette tre anni e mezzo fa, alla Corritrieste. Un percorso strano, veloce. Terra di ripetute abituali per i triestini-doc. Lunghi rettilinei attraverso i resti archeologico-industriali del porto vecchio. Due andate e ritorno da due chilometri e mezzo, praticamente senza curve, immersi nella solitudine dei capannoni abbandonati, con l’unica cornice di pubblico possibile all’arrivo-partenza di Piazza Unità d’Italia, la cornice da sogno di qualsiasi gara triestina. La cornice perfetta per un nuovo traguardo.

La mattinata era partita con la peggiore delle situazioni, cielo coperto e -1,5°C. Ma il tempo di ritirare pettorale e pacco gara e il sole ha fatto capolino su un cielo azzurro, portando la temperatura a 7°C, perfetti per provare l’impresa. Sono bastati venti minuti di riscaldamento per ritrovarsi sotto l’arco di partenza in canotta e pantaloncini senza nessun problema. 

La difficoltà maggiore che ho sempre avuto cercando di portare Chiara verso un nuovo risultato personale è stata ogni volta quella di capire fino a che punto poter rischiare. Cercare di trovare (e non superare) il limite massimo oltre il quale si avrebbe poi un peggioramento. E più la distanza si accorcia, maggiore è la difficoltà. Se in una mezza, partendo più piano, si ha poi il tempo eventualmente di aumentare il passo nella seconda parte, su un diecimila non c’è lo stesso margine di miglioramento e recupero.

Quando corriamo in coppia chiedo sempre a Chiara di non guardare il cronometro e di lasciare fare a me il passo e la gestione della gara. So che lei è più un diesel che un pendolo e che preferisce una corsa in progressione piuttosto che una partenza a razzo e una gara costante al limite. E so anche che non conoscendo passo e crono ha meno possibilità di lasciarsi condizionare quando la fatica inizia a salire. Così abbiamo fatto anche questa volta. 

Al via ci siamo trovati subito nelle prime posizioni, lasciandoci subito Piazza Unità d’Italia alle spalle, lanciati sulla ciclabile che costeggia le Rive. Un ritmo che (a me) è venuto particolarmente facile, ma che al primo intermedio (3’ 51”) ho capito subito essere un po’ troppo spinto, con nove secondi già guadagnati sul finale di gara. Sarei voluto rimanere nei primi chilometri tra i 3’ 55” e i 4’ 00” per poi provare ad aumentare nel secondo ed ultimo giro. Da subito abbiamo rallentato il passo di qualche secondo fermando il crono al secondo chilometro a 3’ 57”, perfetto. Io davanti, Chiara poco più dietro. Dopo il primo giro di boa, un po’ di vento contrario ci ha dato inizialmente fastidio, ma è bastato qualche slalom tra i ruderi industriali del porto vecchio per sentirne meno l’influenza. 3’ 55” al terzo chilometro e già 18” di vantaggio. Un buon lavoro. Fino a quando non mi sono accorto che Chiara era già andata in debito di ossigeno. 

Una delle cose più difficile da fare in una gara spinta, è quella di riuscire a recuperare fiato e forze nel momento in cui entrambe sembrano non esserci più, ma senza andare sotto ritmo. Così ho provato a rallentare leggermente il passo adattando il mio a quello di Chiara per cercare di farle riprendere il ritmo. 4’ 05” al quarto intermedio, ma con ancora ampio margine per quanto già guadagnato in precedenza. Ma la situazione non è migliorata.

Il passaggio sulla linea di partenza-arrivo mi (ci) ha però teso un tranello inaspettato. Non avevo previsto che il cronometro ufficiale fosse esposto e fin troppo visibile. Ed è successo quello che non avrei voluto. Chiara si è resa conto del ritmo impostato ed è andata in crisi, più di testa che di gambe, non riuscendo a reagire alla situazione ed alla fatica. Il secondo giro che sarebbe dovuto essere una rincorsa verso la vittoria si è presto trasformato in un supplizio. 


Pacer alla prima edizione de La Corsa del Ricordo di Trieste.

Chiara ha perso la fiducia nel mio lavoro ed ho faticato non poco per cercare di non farla andare troppo oltre un limite irrecuperabile. Tutti passaggi di qualche secondo sopra i quattro minuti al chilometro che poco a poco hanno rosicchiato i secondi di vantaggio presi nei primi metri. Ma come inesorabile è corso il tempo, allo stesso modo sono passati anche i chilometri. Gli intermedi cronometrici hanno iniziato ad essere sempre più distanti dai cartelli chilometrici a causa del margine di errore del GPS nei giri di boa, regalandoci tempo ulteriore per gestire l’ultimo chilometro, quando sono le ultime forze a regalare una vittoria o una sconfitta. 

Ma lo stesso cronometro che a metà gara era stato un nemico inaspettato, si è poi trasformato nelle ultime centinaia di metri in un prezioso alleato. Con la coda dell’occhio ho visto Chiara cercarlo per controllare il margine di tempo prima dell’ultimo giro in Piazza Unità. Duecento, forse trecento metri corsi solo ed esclusivamente con l’attenzione a quel 39’ che non sarebbe dovuto aumentare prima del taglio del traguardo. Io mi sono fatto in disparte, allargando le curve e lasciandola sola nell’ultima sfida, vinta anche senza alzare le braccia al cielo, con una smorfia di sofferenza e senza un abbraccio finale. Ma un nuovo 39’ 52” da registrare agli annali (un 4° posto assoluto e un 1° di categoria). 

Di mio invece ho avuto buone sensazioni, cosa che non era scontata e che no avevo ancora provato dopo la Firenze Marathon. Credo che avrei potuto correre almeno sopra ai 37’ e non è detto che presto non possa provare a giocarmi qualche secondo in gara. Al momento mi preoccupa maggiormente continuare (bene) il recupero post-maratona come sto facendo, iniziando ad inserire qualche lavoro di qualità in settimana. Tempo per gareggiare ci sarà. E chissà che magari anche Babbo Natale abbia qualche bella sorpresa da portarmi...